Jackson Pollock, Numero 9, 1949

olio su tela, cm 112,4 x 86,36

Hartford, CT, Wadsworth Atheneum Museum of Art

«Il pittore più valido dell’America contemporanea, nonché l’unico veramente promettente ad alto livello è Jackson Pollock […].Perché? Perché il pensiero contenuto nelle sue opere è radicalmente americano.» Questa la profetica opinione del critico Clement Greenberg che nel 1947, a quattro anni dalla prima personale dell’artista – in occasione della quale i due si conobbero grazie alla pittrice Lee Krasner, divenuta moglie di Pollock nel 1945 –, aveva già intuito le straordinarie potenzialità creative dell’artista e il suo ruolo di primo piano nell’affermazione di un’arte propriamente e compiutamente americana. Jackson Pollock è il «naturale candidato alla figura del pittore tutto americano […] ciò che di grezzo vi è nella sua opera, l’intensità e la passione che la distinguono, sono le qualità identificate ormai come caratteristiche dell’arte americana […] il successo di Gorky e di de Kooning consiste nell’essere giunti a liberare un’energia nascosta, quello di Pollock nell’aver conquistato un ordine trascendente nel caos primitivo» (Barbara Rose). Pollock – con i suoi tempestosi dipinti, davanti ai quali ogni certezza interpretativa viene meno, opere profondamente emotive, vitalistiche e vibranti, attraverso le quali viene affermata l’idea, di matrice romantica, che l’arte sia il luogo dove la realtà, l’esperienza e la vita dell’artista si manifestano e si compenetrano – ha cambiato definitivamente il corso della storia dell’arte americana, imponendosi a livello internazionale e influenzando in modo determinante la pittura contemporanea. Nel corso degli anni quaranta Pollock realizza dipinti turbolenti e cromaticamente violenti, opere nate come rifiuto della civiltà responsabile della tragedia della Seconda guerra mondiale, creazioni di un artista sciamano che opera, quasi come un medium, lasciando fluire l’arte e la creatività senza alcun controllo delle facoltà razionali. «La pittura astratta è astratta. Ti sta di fronte» afferma Pollock, «tempo fa un critico ha scritto che i miei dipinti non hanno inizio né fine. Non lo intendeva come un complimento anche se in realtà lo era. Era proprio un bel complimento.»

Pittura come azione di autoaffermazione interiore dunque, sintesi metafisica tra gli opposti, tra l’ordine e il caos, tra la ragione e il sentimento. Pollock eseguiva i suoi dipinti appoggiando la tela sul pavimento del suo studio: in questo modo l’azione sul dipinto diventa un vero e proprio rito teso al recupero del significato primario dell’esistenza. Il caotico intreccio di segni colorati diviene metafora della condizione umana di quegli anni. «Sul pavimento mi sento più a mio agio, mi sento più vicino, più una parte del quadro» spiega Pollock, «perché posso camminarci intorno, lavorarci dai quattro lati, esserci letteralmente dentro […]. Il metodo di dipingere, è il naturale manifestarsi di una necessità. Io voglio esprimere, più che illustrare i miei sentimenti.» La creazione di grovigli di segni, di percorsi cromatici sovrapposti, di matasse lineari crea un vortice di lirica e struggente bellezza, un labirinto nel quale l’occhio si perde nel vano tentativo di seguire l’intrico delle linee, i tempestosi arabeschi cromatici. L’opera diviene una pura manifestazione dello spirito, testimonianza della tensione emotiva dell’artista, che genera un’energia che si sprigiona dallo spazio della pittura coinvolgendo lo spazio circostante e, inevitabilmente, colui che guarda.

[scheda a cura di Roberta Bernabei - dal catalogo della mostra]

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