Pablo Picasso, Il ratto delle Sabine, 1963
olio su tela, cm 195,3 x 131,1
Boston, Museum of Fine Arts
Juliana Cheney Edwards Collection, Tompkins Collection – Arthur Gordon Tompkins Fund e Fanny P. Mason Fund in memoria di Alice Thevin
Picasso è forse «fra tutti i pittori moderni, il solo ad aver tanto investito e indossato la storia della pittura» ha ribadito Anne Baldassarri, direttrice del Museo Picasso di Parigi, curando la mostra Picasso et les Maîtres al Grand Palais nel 2009-2010. Tra gli omaggi degli anni cinquanta e sessanta, con fitte variazioni sul tema, a El Greco, Rembrandt, Delacroix nel 1955 (Les Femmes d’Alger), Vélazquez nel 1957 (Las Meninas), Goya, Ingres, Manet nel 1959-62 (Le déjeuner sur l’herbe), Degas, Van Gogh, sempre dissezionando e infine ricomponendo l’essenziale, Picasso realizzò a Mougins dal 24 ottobre 1962, partendo da 14 disegni, fino al 7 febbraio 1963 tele e disegni ispirati alla leggenda del Ratto delle Sabine. È tra i miti fondanti di Roma: nell’VIII secolo a.C., fondata la città, Romolo e i Romani rapiscono le donne ai Sabini, insediati sul colle del Quirinale; è guerra, finché le stesse Sabine s’interpongono tra i contendenti, a imporre la convivenza pacifica.
La grande tela del Museum of Fine Arts di Boston chiude la serie. Il pittore la espose nella mostra Picasso Peintures 1962-1963 alla Galerie Louise Leiris di Parigi nel gennaio 1964. Su uno sfondo di cielo azzurro e di campi verdi, un cavaliere con la lancia e un guerriero che brandisce uno spadone si affrontano schiacciando una donna a terra; sul suo petto un bambino leva le braccia urlando.
Il pittore spagnolo si ispirò a grandi precedenti sul tema di Poussin (di cui tenne presente anche Il massacro degli Innocenti, 1629, Chantilly, Musée Condé, oltre al Ratto delle Sabine 1637-1638, Parigi, Louvre) e di David (1799, Louvre: le sue Sabine dividono i contendenti, in un chiaro ammicco al Napoleone pacificatore di Francia), maestri di certezza classica. Nello spagnolo la classicità slitta verso l’allucinazione fantasmatica, la confutazione delle sembianze naturali – in corpi dalle membra dilatate e disarticolate –, non tanto quelle fisiche, quanto quelle morali. Picasso spezza l’organizzazione formale in cerca di un’animazione interna, di una energia arcaica. Ultraottantenne, qualcuno vuole che sopravvivesse a se stesso, a rovistare nel suo atelier e nella storia dell’arte, con voyeurismo parossistico. Ma qui si ha la conferma di come fosse mosso da un’inesorabile fiducia scaramantica – tragica e parodistica – nel dare e scambiare nomi e posti alle cose, tutto assimilando e ricapitolando («Macché ladro. Vero rapinatore. La grande pittura è fatta solo di furti»).
Nel Ratto delle Sabine di Boston inscena una lotta primordiale di figure archetipiche, di istinto bestiale e impeto crudele. Nel 1962 la crisi dei missili sovietici installati a Cuba fece sfiorare una catastrofica guerra nucleare tra le superpotenze Usa e Urss e Picasso disse di essere stato mosso proprio dall’orrore di quella minaccia alla rivisitazione del mito romano.
A differenza delle varianti dei mesi precedenti, di campo più lungo e affollato, come quella della Národni Galerie di Praga, della Fondation Beyeler di Basilea o del Centre Pompidou di Parigi, il Ratto di Boston, concentrato su un isolato atto di brutalità, si misura soprattutto con una scena del Massacro degli Innocenti di Poussin, laddove un guerriero schiaccia un bimbo sotto il piede, la spada levata per ucciderlo, mentre la madre gli si avvinghia e un’altra donna getta le braccia al cielo tra lamento e orrore.
Di David, l’artista spagnolo reinventa a suo modo la teatralità sospesa: se per il maestro francese l’azione non ha storia, traduce in atto l’imperativo morale, Picasso nel Ratto delle Sabine fa intendere il suo imperativo nel far balenare il drammatico contrasto di classicismo e anticlassicismo, cioè di civiltà e barbarie. Dei dipinti di Poussin, Ratto delle Sabine (tra quinte d’architetture classiche, uomini e donne lottano e fuggono verso l’esterno della scena, mentre uno statuario Romolo comanda l’azione dall’alto del basamento del Tempio di Giove) e Strage degli innocenti, Picasso coglie invece proprio l’irrompere dei mostri e delle forze maligne sulla scena della storia, a schiacciare i più deboli (per la donna a terra sotto l’incedere del cavallo e del guerriero è stato evocato anche il Caravaggio della Conversione di San Paolo (Roma, Santa Maria del Popolo).
«Non ho dipinto la guerra perché non sono il genere di pittore che esce in cerca di qualcosa da dipingere, come un fotografo. Ma non ho alcun dubbio» ha detto lo spagnolo «che la guerra si trovi dentro i miei dipinti.» Lavori come il Ratto delle Sabine non sono dichiarazioni programmatiche, bensì testimonianze del «radicato terrore e orrore per la guerra» dell’artista (Gertje Utley, in Picasso Peace and Freedom, catalogo della mostra 2010-2011, Liverpool, Tate, Vienna, Albertina, Humlebaek, Louisiana Museum of Modern Art). La donna nel dipinto di Boston è la custode della vita che non può più impedire l’urto cieco e distruttivo delle superpotenze guerriere e soccombe all’annientamento del genere umano.
[scheda a cura di Fausto Lorenzi - dal catalogo della mostra]
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