Edouard Manet, Cantante di strada, 1862 circa
olio su tela, cm 171,1 x 105,8
Boston, Museum of Fine Arts
dono di Sarah Choate Sears in memoria del marito, Joshua Montgomery Sears
Questo quadro, insieme ad altri tredici dello stesso artista, e accanto a opere di Courbet, Rousseau, Corot, Amaury-Duval, Baudry e Stevens, fu esposto per la prima volta alla mostra inaugurata il primo marzo 1863 alla galleria Martinet in Boulevard des Italiens a Parigi.
Suscitò dure critiche, come quella di Paul Mantz, pubblicata in aprile sulla «Gazette des Beaux-Arts»: «Ogni forma scompare nei suoi grandi ritratti di donne, e in particolare in quello della Cantante, dove, per una singolarità che ci colpisce profondamente, le sopracciglia rinunciano alla loro posizione orizzontale per disporsi verticalmente lungo il naso, come due virgole d’ombra; in quella tela non c’è nulla più che la lotta chiassosa di toni gessosi con toni scuri. L’effetto è livido, duro, sinistro.»
A Manet viene rimproverato poi di fare delle «adorabili macchie di colori, ma prive di solidità essendo prive di sapere.» Dunque, l’allora giovane pittore, sempre secondo la critica, non sa far uso dello sfumato, e gli viene rinfacciato di dipingere per ampie aree colorate, racchiuse in «contorni secchi e duri» che impediscono qualsiasi, auspicata nuance.
Il disappunto che le opere di Manet suscitano è legato dunque da un lato alla sua tecnica, dall’altro, e con polemica ancora più accesa, alla scelta di soggetti tratti dalla vita di tutti i giorni.
Manet, che in realtà fino ad allora si era dedicato in particolare a copie e studi dai maestri del passato, e che nutre un’ammirazione tutta particolare per i grandi spagnoli, Goya e Velázquez in testa, viene accusato di blasfemia e di oltraggio a tutte le tradizioni. La rivoluzione che questo artista, proprio a partire da questi anni, opera è quella di parlare al presente la lingua del passato, e di mescolare alla prosaicità nuova dei soggetti, l’istantaneità della fotografia e la profondità della grande pittura del passato. Con questo gettando ben più che le basi di quella modernità nell’arte di cui è il padre riconosciuto e indiscusso e che Emile Zola, già nel 1867, certificò con l’articolo Une Nouvelle Manière en peinture: Edouard Manet. Tra l’altro, vi si legge: «Il quadro che preferisco è La Chanteuse des rues. Una giovane donna […] esce da una brasserie con delle ciliegie che tiene in un foglio di carta. Tutta l’opera è di un grigio tenue e chiaro; la natura mi è sembrata analizzata con una semplicità e un’esattezza estreme. Una tale pagina ha, al di là del soggetto, una austerità che ne aumenta l’importanza; vi si percepisce la ricerca aspra della verità, il lavoro coscienzioso di un uomo che vuole, prima di tutto, dire quello che vede.»
Manet sceglie in questo caso un soggetto che poteva essere annoverato nelle scene di genere e gli riserva una tela di grandi dimensioni, in un formato dunque solitamente eletto per i ritratti dell’agiata aristocrazia parigina.
Antonin Proust, nei suoi Souvenirs su Manet, così ricorda la Cantante di strada: mentre ritornava al suo atelier attraversando il cantiere del Boulevard Malesherbes, l’artista incrociò «all’inizio di rue Guyot, una donna che usciva da un losco cabaret raccogliendo il suo abito e con in mano una chitarra. Lui le andò incontro e le chiese di posare per lui. Lei si allontanò mettendosi a ridere. “La riprenderò – si disse Manet – e se non vorrà, allora ho Victorine”.» Victorine Meurant, che sapeva suonare sia la chitarra che il violino e cantava abitualmente nei café parigini, tra il 1862 e il 1873 fu la modella preferita dal pittore che la ritrarrà in almeno undici suoi quadri, il primo dei quali, con ogni probabilità, fu MademoiselleV… in costume d’espada (New York, Metropolitan Museum of Art). In quello stesso 1862, oltre alla Cantante Manet dedicò un bellissimo ritratto alla Meurent (Boston, Museum of Fine Arts) e, l’anno dopo, la modella tornò a posare per due tra i più alti capolavori dell’artista: l’Olympia e Le Déjeuner sur l’herbe, entrambi oggi conservati al Musée d’Orsay.
È quasi un fermo immagine, un istante di vita quello che l’artista cattura in questa tela. Dietro alla donna le porte del cabaret si stanno chiudendo, lasciando ancora intravvedere delle figure indistinte, forse raccolte intorno a un tavolo del locale, e dei cappelli appesi alla parete. L’artista vuole ricordare questa donna per come gli è “apparsa” nella bellezza fugace di un istante, nella verità autentica di un ordinario momento di vita: mentre si porta alla bocca due ciliegie, prima di abbandonare il locale dove, con ogni probabilità, ha appena finito di lavorare.
[scheda a cura di Davide Martinelli - dal catalogo della mostra]
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