Edward Hopper, Emporio, 1927

olio su tela, cm 73,7 x 101,9

Firmato in basso a destra: EDWARD HOPPER

Boston, Museum of Fine Arts, lascito di John T. Spaulding

I dipinti di Hopper, inquietanti ed emblematici simboli della vita contemporanea, «poesia silenziosa», come la definì Charles Burchfield, sono immagini cariche di suggestioni metafisiche, di atmosfere assorte ed enigmatiche.

In un articolo del 1927 il critico Lloyd Goodrich scrisse: «È difficile trovare un pittore che nei suoi quadri esprima l’America meglio di Hopper.» Nell’iconografia dell’artista, fin dall’inizio della sua lunga carriera, ricorrono i temi a lui più cari: le vedute urbane, la campagna, il mare, il lavoro, la solitudine, l’architettura, nudi di donna in interni, il teatro, il cinema. Hopper, il pittore americano per antonomasia, il poeta della solitudine, ritrae gli scenari più comuni della mitologia statunitense moderna attraverso un linguaggio evocativo e assorto, capace di fermare il tempo, di concretizzare attimi sospesi della vita quotidiana. Le sue opere raccontano, con un’efficacia espressiva di rara intensità, l’incomunicabilità, l’attesa, il silenzio, la solitudine, il mistero, risonanze emotive intense, mai banali. Un posto di primo piano nella produzione di Hopper spetta ai ritratti urbani, immagini realizzate attraverso un realismo attento a ogni variazione luminosa e tonale, che conduce colui che guarda a un altro livello di lettura dell’opera, più profondo e introspettivo: ogni immagine diviene la trascrizione di sentimenti e stati d’animo archetipi, latenti.

Il realismo di Hopper, persuasivo e coinvolgente, non è mai semplice riproduzione della realtà, perché nei suoi quadri, come in un gioco di specchi, l’immagine dà origine a molteplici decodificazioni, a diverse percezioni anche inconsce, mettendo in moto un processo interattivo: maggiore è l’illusionismo pittorico, il mimetismo, l’autenticità della visione rappresentata, maggiore è lo straniamento percettivo che essa provoca in chi osserva, che è indotto a interrogarsi introspettivamente sul significato, cercando di decifrare il codice nascosto nei dipinti, episodi tutti collegati fra loro, di un unico, allusivo racconto.

In Emporio, un dipinto realizzato nel 1927, l’ambientazione è notturna, la città è deserta, non passa nessuno, l’atmosfera è sospesa, quasi metafisica, l’illuminazione non fa che accentuare il senso di estraneamento e di laconico silenzio che emana dal dipinto. L’angolo di visuale scelto dall’artista – un frammento di New York, la città più amata da Hopper – ricorda una scenografia cinematografica: è questo il motivo per il quale molti registi, da Alfred Hitchcock a Wim Wenders, hanno trovato ispirazione nelle visioni di Hopper, composizioni di onirica essenzialità, capaci di generare una sensazione di tensione emotiva, di profonda alienazione, di mistero e di solitudine. Nella sua silenziosa sospensione questo dipinto, giocato sul contrasto tra il buio avvolgente della notte e l’intensa illuminazione che irradia dalla vetrina dell’emporio, perde il connotato di ritratto urbano per collocarsi in una dimensione più ambigua ed evocativa, suscettibile di innumerevoli interpretazioni.

[scheda a cura di Roberta Bernabei - dal catalogo della mostra]

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