Bellezza e meraviglia della pittura
Marco Goldin
L’infinito ricercato è esattamente un in-finito. Lo spazio vuoto lasciato al termine di un rotolo di pittura serve a indicare proprio questo. Questo vuoto animato dal soffio reca in sé un’attesa,
un ascolto pronto per accogliere un nuovo avvento, annunciatore
di una nuova intesa. Per ottenerla, l’artista è costantemente pronto
a sopportare dolore e tristezza, privazioni e smarrimenti, fino a farsi consumare dal fuoco del suo stesso atto, lasciandosi risucchiare dallo spazio dell’opera. Egli sa bene che la bellezza,
più che un dato, è il dono supremo da parte di ciò che è stato offerto. E che per l’uomo, più che un’acquisizione, sarà sempre
una sfida e una scommessa.
François Cheng, Cinque meditazioni sulla bellezza
Ponendo queste brevi pagine a introduzione del catalogo, mi accingo a svolgere, una volta di più, qualche riflessione sulla bellezza della pittura. Sull’incanto e la meraviglia che essa genera, come lingua valevole in tutti i tempi e per tutti i tempi, da Altamira fino al futuro ignoto. E tanto più valide, queste riflessioni, nel momento in cui, proprio con questa esposizione, in modo naturale e solo legato alla forza e alla poesia del colore, si desidera festeggiare – poiché di festa effettivamente si tratta – il quindicesimo anno di fondazione di Linea d’ombra. Nessuna ambizione di nuove scoperte, né di inanellare iperboli di presunta accademia. Solo la gioia che viene da un compleanno, e in questo modo assecondare i gusti, le passioni. Il desiderio, ancora, di mostrare la pittura. Per come essa effettivamente è, per come ci appare, bellezza rivelata che unisce i secoli, annulla le distanze, ricomponendole in una superiore, e comprensibile, armonia.
Non c’è nulla, qui, che non sia legato all’emozione del vedere, e vedere come vivere. Se inizialmente l’avevo pensata, ed effettivamente costruita, secondo una didattica scansione per scuole nazionali, e successione di secoli, infine l’ho completamente rovesciata. In questo catalogo semplicemente dividendola nei due grandi temi delle nature e delle figure, ma poi dentro le sale di Castel Sismondo facendo parlare tra loro i quadri, lasciando che siano essi stessi a chiamarsi, ponendosi così l’uno accanto all’altro per desinenze di meraviglia. Del resto non apparirà in alcun modo strano se Zurbarán e Velázquez sono posti accanto a Manet e anche al primo, sublime Renoir. Niente di strano se gli inglesi del Settecento hanno le loro figure accanto a quelle di Tiepolo e Guardi. Ancora nulla di strano se il conglomerato dei corpi baconiani è vicino alle grandi e straziate deposizioni di Tintoretto e Bassano. Niente da dire se la dissoluzione della dorata nebbia veneziana di Turner è vicina all’indistinta cenere rossa di papaveri di Monet. Non aveva forse Monet visto a Londra, durante l’esilio dovuto alla Guerra franco-prussiana tra 1870 e 1871, la donazione di Turner alla nazione, accolta nel 1856? Non aveva forse egli amato quelle scalfitture d’aria e foschia rappresa, rammemorandole poi fino al disteso e monodico canto finale delle ninfee a Giverny? E ancora, la sensibilissima profondità psicologica che è in Tiziano, in Savoldo, in Moroni, come poteva non interessare ancora una volta proprio Manet in quel suo capolavoro, qui esposto, che è la Cantante di strada? Manet come Degas, solo per fare un esempio.
Disposta adesso in questo modo la mostra è un canto corale, l’affrontare il fluire del tempo – il prima e il poi – come sola sostanza, come unico respiro. Non le singole presenze, non le singole vite, pur maestosamente affioranti, ma il corpo intero della pittura, il suo procedere come una legione. Sacralità del cammino, mentre file di uomini e donne passano da un punto all’altro della storia e così facendo traggono immagini dalla vita, dal suo consumarsi e dal suo annunciarsi. Il pittore è così sempre su una soglia, nel punto in cui conclusa una strada se ne intravede un’altra. Si passa da una sala all’altra di questa mostra sentendo che non ci sono confini, e invece solo immagini che stanno vicine, perché la pittura effettivamente appaia per quel che è, una lunga, estasiata corrente d’amore.
Ho sempre considerato la pittura in questo modo, e in nessun altro. E in questo modo l’ho voluta offrire alle moltissime persone che hanno visitato le mostre che ho curato. Pittura come un canto sorgente dall’anima, che si potesse mescolare per assonanze, derivazioni plausibili, giustificate e giustificabili. Perché i pittori non hanno solo dipinto, ma sono stati sognatori, anticipatori di futuro, coltivatori di memorie. I pittori hanno designato in immagine il mondo, i volti, ne hanno delimitato la peribilità, trattenute le sembianze al di qua della linea di un burrone. I pittori hanno percorso strade e su queste strade si sono fatti compagni di chi era venuto prima di loro, hanno immaginato chi sarebbe venuto poi. Sono questi gli incontri più straordinari che si possano pensare, incontri che si sono cercati a lungo o che sono venuti in modo del tutto inaspettato, incontri che hanno segnato un destino. Fatti di una significazione muta, di un guado attraversato insieme, mano che si tende nell’ombra e l’ombra che risponde come fu a Emmaus. Questa è la mostra, dunque. L’esatta imprecisione di un’emozione, percorsi che vorrei fossero anche quelli di coloro che visiteranno l’esposizione a Rimini, tutti loro conquistati da un senso di devozione sacra verso le immagini che si raccontano. Le immagini che stanno in corona ad abbracciare i secoli.
Perché è proprio così, le immagini si raccontano. E dicendo di se stesse, spalancano il mondo da cui sono sorte, rendono quel mondo abitabile. La pittura si mostra come l’esito finale di un percorso, il punto d’arrivo di un viaggio. Ma come punto d’arrivo essa rappresenta la somma degli incontri e delle visioni, nasce da un tessuto articolato e complesso. Eppure quando la si vede, infine, realizzarsi in immagine, si capisce come sia semplicità e candore. Questo è il dono che la vera pittura ci fa tutti i giorni, di presentarsi su una soglia, di essere anzi limen, di abbracciare quell’esile linea che dal tempo fondo dell’essere giunge fino a una contemporaneità che continuamente si sposta in avanti. Aggiornando così la pittura stessa, e non facendola scomparire mai.
Perché la pittura è una lingua, e questa mostra lo mette così bene in evidenza. È una lingua che hanno parlato genti di tutto il mondo, un esperanto che non ha avuto bisogno di farsi diverso in America e in Francia, in Italia e in Spagna, in Olanda e in Germania. Una lingua che nelle sale di Castel Sismondo mescola le sue parole senza curarsi di appartenenze nazionali, ma badando bene che il solo termometro sia quello della consanguineità. Il filo teso di un arcobaleno, una parabola che ha i suoi punti di passaggio, l’evidenza di un apparente mistero che davanti alle immagini si sciolga. A questo, se potessi dire, serve questa mostra. A essere prima di tutto canto dispiegato nel segno della bellezza, dell’incanto, dello struggimento per l’essere al mondo. E poi costruzione dell’immagine per determinare nello spazio della tela la bellezza rappresentata.
Perché la pittura ha per tema proprio la trasformazione del sentimento in immagine. Ha come prerogativa fondamentale, e direi unica, di rendere il suono e la voce dell’anima, immagine. La creazione di un mondo che prima, poco prima, è stato il mondo dell’intima coscienza. Alla pittura dunque il compito di trovare il modo, di reperire strumenti per dire, per manifestarsi e non restare inespressa. Alla pittura il compito di rompere gli argini e tracimare, facendolo tuttavia dentro le regole della forma. Non rivoli che si disperdano, ma una massa che si rovescia come una moltitudine urlante sulle strade di questa terra, sulle superfici di oceani e mari, dentro le galassie e tra le stelle. La pittura ha questa sfolgorante potenza, questa ambizione di raccontare, questa predisposizione al silenzio. È tutto ma anche il nulla.
Questa mostra è dunque assertiva, tende a delimitare un campo e a renderlo tutto esplorato. Poi i campi sono molti, perché nelle stanze del Castello riminese si vede come l’arte del paesaggio e l’arte del ritratto siano dalla successione dei secoli. E non vi sia frattura ma adesione costante, e piena d’amore, verso immagini che scuotono nel profondo. Mi è piaciuto pensare non a una mostra nel senso tradizionale del termine, quanto piuttosto a una trama. Un dialogo che per essere tale avesse necessità di annullare qualsiasi distanza e facesse capire come la storia dell’arte sia dalla sequenza infinitamente protratta degli assestamenti, delle modificazioni, talvolta degli sconquassi irrefrenabili.
Tutto accade come una necessità, sempre. Tutto accade sotto il segno della verità, dello squadernamento dell’immagine, del suo collocarsi definitivo o apparentemente provvisorio, incerto. La pittura dice del mondo – sia esso un volto o un paesaggio – il nucleo più profondo, e sempre a questo punta. Lo ha fatto Tiziano scavando l’anima del suo uomo con il libro in mano, lo ha fatto Monet affondando non visto nel suo campo di papaveri a Giverny. Negli occhi e nel prato al tempo stesso risiede questo nucleo, e senza sosta i più grandi pittori lo hanno raccontato. Al di là dei generi e oltre, ben oltre le classificazioni accademiche, ciò che esiste e ciò che vive è l’anima del mondo, quell’anima che la pittura mette in scena come in un grande teatro. La pittura è il gesto compiuto, il pittore compie quel gesto.
Così infine, passando da una sala all’altra di Castel Sismondo, ci sentiremo tutti, per la magia e il mistero della bellezza, partecipi di quel gesto. Sentiremo battere lo stesso respiro come un rintocco profondo e inavvicinabile. Eppure umanissimo e a noi d’improvviso noto. Perché la pittura è così: in dialogo con l’essere lontano e contemporaneamente vicina come quando si offre un abbraccio. O lo si riceve. La pittura è questo contatto, uno strofinamento, il desiderio di toccare la materia di cui è composta, per comprendere con quale mai struttura essa possa vivere. Essa sia nata. Per capire come l’immagine che rappresenta, l’immagine che autorizza, sia fatta di carne, di profumi, di silenzi e suoni, di ceneri, di memorie e sogni, di rugiade. Sia fatta di tutto quanto la vita dell’uomo è composta e per questo motivo, da sempre, da prima che fosse il tempo, ci emoziona e ha emozionato le moltitudini prima di noi.
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1 commento
M.Luisa
gen 21, 2012
Meraviglia delle meraviglie, entrando nella sala in cui è esposto si passa davanti ad una serie di sguardi di uomini più o meno “scuri”, proseguendo si arriva a questa “finestra aperta” che affranca e dona una ventata di pace, armonia e stupore!